Cavolate pure e semplici

23 10 2007

Dal “Diario di Viaggio” 1949 (Un mondo battuto dal vento)

Sento di essere l’unica persona al mondo che non conosce la sensazione di calma insolenza, quindi sono l’unico folle al mondo, l’unico pesce fuor d’acqua. Tutti gli altri sono assolutamente soddisfatti della vita così com’è. Io no. Voglio la pura comprensione e poi la vita, così com’è.

DECIDERO’ IO STESSO COSA FARE DELLA MIA VITA, ANCHE SE BRUCERO’ NEL PROVARCI

Nel frattempo mi stupisco continuamente del fatto che le persone non si amino. Come fanno?

E’ chiaro che dovrei sbrigarmi a morire. Non c’è posto per me a questo mondo. Nessuno sa amare. Nessuno ama. Questo è il lato oscuro dell’amore. E non sopporto la disperazione, proprio come non posso respirare quando non c’è aria. Ora devo cambiare o morire.

Non parlatemi della vita pura e semplice: sono cavolate pure e semplici.

La vita non è abbastanza. Allora cosa voglio? Voglio una decisione per l’eternità, qualcosa da scegliere e da cui non mi allontanerò mai, in nessuna oscura esistenza o qualunque altra cosa accada. E qual è questa decisione? Un qualche tipo di febbre della comprensione, un’illuminazione, un amore che andrà oltre, trascenderà questa vita verso nuove esistenze, una visione seria, finale e immutabile dell’universo. Questo è ciò che intendo quando dico che “voglio degli Occhi”* (*citazione da Allen Ginsberg). Perché dovrei volere tutto questo? Perché qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare, o meglio, qui non esiste una singola cosa che io voglia. Perché non voglio la vita terrena? Perché non mi basta? Perché non mi illumina l’anima, non mi riempie il cervello di eccitazione e non mi fa piangere mai di felicità. Perché vuoi provare queste cose? Perché la ragione e le questioni di fatto, la scienza e la verità non me le fanno provare e non mi conducono verso l’eternità, anzi, mi soffocano come l’aria viziata, stantia.

                                                                                                           j.k.





…la strada che porta al mio castello è in salita…

23 10 2007




Quel filo invisibile

23 10 2007

Adesso non ho proprio bisogno di nessuno, se poi tutte le persone che ho avuto intorno fino ad ora erano quelle sbagliate… Ho bisogno solo di stare da sola, di staccare l’interruttore dei pensieri, di tagliare quel filo invisibile che mi lega a chiunque, di poter dire “questa è la mia vita” e “questa è casa mia e qui ci vivo io” e “io sono mia”. Ma adesso vedo difficilmente realizzabile il mio desiderio di solitudine e autonomia…. e credo [putroppo] che sarà così ancora a lungo.

Sono il tempo, Sono il vento, Sono Dio…
Sono l’acqua, Sono il fuoco, Solo Io…
Sono il sesso, L’ Universo, E’ solo mio…





Vertigine

18 10 2007

 “Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.” 

Milan Kundera – “L’insostenibile leggerezza dell’essere”  





Non sempre rispondo

7 10 2007

Non sempre rispondo, dipende dai giorni, dall’aria che tira tra me e i miei ricordi. Per cui se succede che qualche argomento rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente, sappi che a volte nella mia testa cade una grandine molto violenta. Forse è passeggera, ma poi ritornerà. Tu non aspettarmi,preparati pure un sandwich. E non c’è logica per le mia testa quando cade una grandine troppo violenta. Ah, so che è passeggera, ma poi ritornerà e se faccio tardi regalami dei confetti. Forse è passeggera e quando tornerà tu non aspettarmi.  

[Cristina Donà – Non sempre rispondo]





Voglio urlare

6 10 2007





La penna è una spina

6 10 2007

La penna è una spina.
Mi punge, mi graffia, m’insanguina le dita…Ribelle, violenta, pesante, mi cade di mano.
Lei cade, il pensiero si rialza.
Lo aiuto, lo colgo e per un momento lo sento.
Ma poi si ritrae al tatto di una speciale malinconia.
Sensazioni avvelenate come un fascio di rose ingiallite ,che stringo con disperata ostinazione, restando dietro un sorriso che non sa dire..
Inquiete come l’espressione stanca, di un viso che non riposa.
Cosa mai racconta un viso che riposa? Nulla!
Muoviti dunque, reclama senza moderazione il tuo dolore,  non spingere la porta, non sollevare le tendine.
Non posare i tuoi occhi sui miei.
Non ti appartengono, non ti vogliono, non ti cercano.
Potresti vedere.
E non voglio.
Lasciami qui, al buio caldo di questo mio mondo trasversale.
Qui, dietro la finestra, in compagnia del silenzio di tutte le parole che non so mai dire.
Cosa vuoi  tu che pretendi di abbracciarmi…
Cosa vuoi che io sia? Dimmi?
L’anima autodidatta sperperata su questi fogli aggrinziti che non danno calore? Filtro mediato di ragione e sentimento.
Vattene…
Resto senz’anima stanotte, resto un’idea, il profilo di amore senza sole, amore che non si scioglie, che ristagna, che non ha corpo e vibrazioni.
Sono un quadro , un quadro senza tela, immaginato e aperto all’idea.
Pensami da dietro la porta, scegli ciò che vuoi che io sia, pensami e mi vedrai.
Non entrare però quando mi avrai veduto.
C’è troppo amore in questa stanza, bagliori di stelle accecanti, carezze appiccicate al soffitto, abbracci accatastati alle pareti.
Va via!
Attraversa il corridoio dei miei pensieri.
Trova l’uscita da una malinconia che è solo mia…





Ho il dente avvelenato.

4 10 2007

Sei uscito dalla mia vita con la stessa velocità con la quale ne sei entrato a far parte. Ma non è indolore come si può pensare.
Lo sento che ti stai allontanando da me e la cosa mi distrugge perché in te avevo riposto gran parte della fiducia che si può dare a qualcuno.
Mi sono sbagliata, siamo profondamente diversi e non ci capiremo mai. Sarebbe stato meglio non averti incontrato mai.
E’ come togliere ad un bambino un giocattolo nuovo a cui si era appena affezionato. Solo che tu per me non sei un gioco. Sei qualcosa di più importante.
Ma forse anche in questo siamo diversi: io ci ho messo un po’ a sciogliermi, è stato difficile fidarmi, ma poi ho cominciato a considerarti un grande amico, una presenza importante nella mia vita, un essere speciale. Questo affetto però è cresciuto solo in me.
La dimostrazione è che sei scappato e ti stai nascondendo come un coniglio.
Mi dispiace per tutto questo.
Mi dispiace per me.
Perché mi sono fatta male ancora una volta, fidandomi.